Sogno o son destro?

Ci sarebbero tanti modi più corretti per dirlo l’uno all’altro e con franchezza: non ci sopportiamo.
Ci basta lasciare l’Isola per sentire un amore viscerale per i nostri connazionali sardi. Una volta rientrati torniamo ad essere ciò che siamo: diffidenti e livorosi verso il prossimo nostro.
E’ un problema di statistica e di logistica: siamo pochi, abituati ad abitare un territorio isolato e molto esteso. E’ quindi frequente sentire l’eco del nostro ego rimbombare nel silenzio dei nostri meravigliosi spazi. Però, è inutile. Specialmente da un punto di vista politico. Si sbandierano degli slogan, venduti a prezzi cari e come gli unici possibili. E chi non li capisce, o non li accetta, chi si crepet.
Proviamo a vederla in un’altra ottica:
il Sardismo, oggigiorno, vuol dire tutto e nulla. Su di esso sono state fatte talmente tante speculazioni in questi decenni, da diventare una parola passe-partout: svilita del proprio significante. Esautorata della propria potenza. E pronunciata anche da chi usa i concetti di sovranità e autodeterminazione senza la minima cognizione di causa, solo per ricostruire un proprio imene politico.
Delineiamo il quadro: Sardegna Possibile era una coalizione con anime diverse. E’ stata una bella esperienza elettorale, che si è avvitata su una visione personalistica e carismatica del “partito-non partito”. Cosa ne è rimasto?
Progres, cuore pulsante di quell’idea e frutto di una precedente scissione, incarna in sé la limitatezza di chi si professa indipendentista ad ogni costo: l’indipendenza di una Nazione senza Stato come quella sarda può essere solo un processo graduale e consapevole, non un “progetto” a termine e non emendabile. Altrimenti il rischio è quello di passare per dei meri eversivi. Questo non conviene a nessuno: né ad aspiranti martiri della causa sarda (vedi Predu Frantziscu Devias, il cui partito si è recentemente sciolto per riagglomerarsi all’interno di un soggetto più ampio), e non serve neppure a chi intravede uno spiraglio per fare crescere l’autocoscienza del popolo sardo all’interno di uno stato di diritto.
C’è poi un aspetto lessicale molto stringente: Franciscu Sedda nelle recenti dichiarazioni a proposito di differenze tra sinistra sarda ed italiana omette, forse volutamente, di parlare del contributo che il Partito dei Sardi può dare per la costruzione di un unico partito nazionale sardo che sia espressamente di sinistra, laico, progressista. Non usare ognuna di queste parole, significa rinunciare ad importanti fette della propria identità, seppur composita, e si presta ad interpretazioni certo tendenziose: come se un partito nazionale sardo non schierato fino in fondo potesse ospitare opportunisti, trasformisti, e collusi con poteri forti della matrice più varia.
Analizzare questo Pd Sardegna, federabile e mai federato, e in perenne rapporto di dipendenza e subalternità rispetto alla segreteria centralista romana bè, no, non vale la pena.
Sul nuovo fronte, su quello della corrente divenuta partito su scala italiana (Possibile) e dell’emblematico contenitore affine #cisiamo, affiora un gigantesco punto interrogativo: che qualcuno spieghi nel merito che senso abbia erigere l’ennesima cattedrale nel deserto, succursale di un partito che ha testa e gambe altrove, come quello di Civati e compagnia.
Nel mondo ci sono assonanze tra coloro che si battono per una società più equa, che metta al centro le persone e difenda i diritti civili su dimensione globale e contro il neoliberismo. Certamente, da un punto di vista idealistico, parlare di sogni è fondamentale. Specie a sinistra, dove senza una visione chiara degli obiettivi, si viene tagliati fuori o peggio, si viene apostrofati come impuri, e di destra.
Qualche sardaccio dalla lingua biforcuta potrebbe però insinuare che questo esperimento in nuce sia un escamotage frutto della paura di sparire dal panorama politico “locale” –come dicono loro- e che sia un contenitore stracolmo di luoghi comuni ma privo di sostanza, votato all’inconsistenza e alla preservazione dei singoli.
Chi scrive non ha la verità in tasca e non vuole né trasformare gli avversari in nemici, meno che mai troncare i legami con gli amici. Al contrario, proviamo a stimolare il dibattito con una sonora provocazione.
Per la costruzione di un partito nazionale sardo di sinistra laico e progressista occorre intraprendere un cammino che non sia influenzato dall’angoscia di una imminente competizione elettorale. Lavoriamo sui temi per individuare le soluzioni ai problemi della nazione sarda, della propria comunità. Non vi viene in mente nulla? Trasporti, sanità, istruzione, lingua e cultura, agricoltura e pastorizia, servitù militari, energia, alta tecnologia, ambiente, rapporti istituzionali: macro aree su cui si dibatte sporadicamente e su cui tendiamo all’inconcludenza cronica. A Cagliari, a Roma, e a Bruxelles.
E’ vero, per cambiare lo status quo bisogna entrare nelle istituzioni e per farlo occorre avere rilevanza politica che si traduca in consenso. Finora siamo stati soprattutto battitori liberi, chi con i propri bacini di voti frutto sovente di clientele, chi con le proprie enclaves incapaci di dialogare col sardo medio.
L’idea di un partito nazionale sardo di sinistra è molto più alta della politica spicciola, e potrebbe volerci molto tempo per ottenere conquiste durature. Oggi però, al di là delle antipatie reciproche, occorre pensare alla Sardegna che verrà con un po’ di raffinatezza morale. Cambiare la legge elettorale vigente nell’Isola, riaprire il cantiere dello Statuto RAS superando l’eterna fase degli annunci, intervenire subito sulla legge con cui il parlamento italiano quasi quarant’anni fa ha delegittimato il popolo sardo attraverso il perverso meccanismo del collegio unico con la Sicilia per eleggere i nostri europarlamentari a Strasburgo.
Parliamo di continuità territoriale, del fatto che in nessuna delle fonti di diritto vigenti alla Sardegna venga riconosciuto lo status di realtà insulare? O ci occupiamo del costo dell’energia che fa di noi una realtà antieconomica rispetto a qualsiasi altra area continentale? Dell’eterno bivio tra il diritto al lavoro e alla salute, dello spopolamento delle aree dell’interno e dell’emorragia di capitale umano che ogni anno impoverisce la Sardegna dei suoi figli, destinati al non ritorno.
Dovremmo smettere di odiarci e lavorare sui temi che ci accomunano, accorciando le distanze. I frutti di questo Beranu li raccoglierà chi verrà dopo di noi. In bon’ora.

Marco Deplano

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Una vita, una dracma

E’ molto difficile usare parole crude per parlare di una persona cara. Per lei, preferiremmo indossare un guanto, o sfiorarne i lineamenti con un fiore, rimanendo nell’intimo silenzio dello sguardo tra due amanti.
Oggi restiamo alla finestra. In attesa degli eventi, di un cenno, di una permanenza che non ha più niente di scontato. Il nostro senso di impotenza per il dolore altrui forse è anche ipocrisia, o cinismo, mascherato da un pizzico di sano egoismo. Cosa accade?
E’ un momento tumultuoso. Un’Europa in cui il sangue si è mescolato in mille e diversi modi, si è infine condensato in tessuto che ha rappreso un’intera comunità interculturale e cosmopolita. Non più solo per convenienza e denaro. Quel sangue, corroborato dai sentimenti, scorre nelle persone con uguale forza, a prescindere dal loro reddito pro capite: una visione della società europea più idealista e meno materialista, in cui obsoleti Stati nazionali cedono il passo a cittadini e Popoli, autori di un destino intrecciato. E’ una previsione generosa, non la realtà, la quale invece si mostra assai confusa.
Qualcosa non torna, ma la colpa non è né dell’Euro come moneta in sé, né dei “mercati”, concetti anonimi e presenti nelle dinamiche geopolitiche del Vecchio continente. Lo stato dell’arte, per quanto lo si voglia intorbidire con approccio dietrologico, è assai banale: in un’area complessa come l’Unione europea, in cui ogni categoria giuridica usata finora si è rivelata inappropriata, ciò che emerge è una schizofrenia istituzionale causa di instabilità politica interna. La gestione eterogenea delle questioni di politica estera ed economica delegittima le istituzioni e fa precipitare le comunità locali in un vortice di incertezza verso il futuro. Chi è l’Unione europea?
Perché un organismo privato come la BCE di Francoforte tiene soggiogati capi di Stato e istituzioni brussellesi? Provate a rispondere intimamente.
Uno dei punti meno conflittuali del dibattito tra i giuristi di tutta Europa riguarda la pacifica assenza di democrazia nel continente. Questo è un fatto che non desta scalpore. Al contrario, sono sempre meno scontate le consultazioni popolari, a volte populiste, che alcuni governi hanno promosso chiamando a raccolta i propri concittadini. Francia, Olanda e, in ultimo, viene in mente il referendum irlandese, in cui il magnate della compagnia aerea low cost ha investito tanti quattrini: non per promuovere o meno l’adesione al Trattato di Lisbona, quanto perché restare tra i Paesi membri è una ghiotta opportunità di crescita, in tutti i campi, per chiunque.
La Grecia non ha il suo mister O’Leary: abbiamo di fronte un enorme muro finanziario invisibile ma tangibile, che respinge i diritti delle persone, e antepone gli interessi bancari alle vite umane.
Non c’entra nulla la “perdita della sovranità monetaria nazionale”. Chi ritiene che questa sia l’unica causa dell’aumento dell’inflazione e del debito pubblico ha una visione molto parziale del nostro spazio economico.
Il mondo evolve, le transazioni economiche sono sempre più fluide e il denaro assume i tratti della fiat money: imponenti capitali virtuali viaggiano abbattendo le distanze e senza il peso di un’unica valuta o della fluttuazione del tasso di cambio. Il potere di battere moneta è un concetto storicamente superato e va rimodulato. Così come non basta che la BCE tagli il costo del denaro. La politica è buona se lungimirante ed equa. Le cure placebo servono solo ad illudere il malato. Tra l’austerity e dei palliativi, occorre mediare.
La Grecia ha un PIL non distante da quello prodotto dalla regione Lombardia. E’ un Paese in crisi, come lo sono tante realtà dell’Eurozona. L’esito del referendum, a prescindere da quale sia, conduce l’Unione ad un nuovo impasse politico. Come uscirne insieme?
Il problema sono le regole del gioco, della convivenza. Le regole le fanno le persone. Dunque, se le regole non funzionano e provocano sofferenza, si cambino all’origine. Occorre una nuova Bretton Woods, e serve subito.
Il dramma sociale europeo è in pieno svolgimento ed è un terremoto innanzitutto culturale, e scuote le radici del nostro vivere insieme. “Prima le persone”, era lo slogan che alle scorse elezioni europarlamentari portava il peso di una scelta antropocentrica. Adesso, è il momento della solidarietà. Apriamo quella finestra, affacciamoci sul nostro mare, e invitiamoli a restare. A qualsiasi costo.

Marco Deplano

Produrre energia elettrica “pulita” non basta.

In Sardegna nel 2013 l’energia elettrica richiesta per i consumi finali è stata di 2.500 MWh in meno rispetto a quella richiesta nel 2009. Di contro la produzione netta di energia elettrica da fonti rinnovabile è stata di 1.800 MWh in più.

Com’è che la produzione netta di energia elettrica da fonti fossili tradizionali è stata di soli 1.400 MWh in meno, e le esportazioni sono state pari a 3.200 MWh in più? Perché non si è abbassato il consumo di fonti fossili di quanto ci si aspetterebbe visto il calo dei consumi? Perché si esporta addirittura più di quella che è la produzione di rinnovabili?

Il problema energetico in Sardegna, come nel resto del mondo, non è solo produrre più energia da fonti rinnovabili e consumare meno (efficientamento energetico), ma produrre più energia da fonti rinnovabili, consumare meno e SPEGNERE LE CENTRALI TERMICHE. Se non facciamo tutte e tre queste cose insieme, dal punto di vista della sostenibilità ambientale non stiamo facendo granché.

Se torniamo quindi indietro alle motivazioni che hanno spinto il mondo scientifico e politico a ritenere indispensabile l’incentivazione e la diffusione della produzione da fonti rinnovabili, risulta chiaro che per spegnere le centrali termiche è necessario dotare le reti elettriche di grandi centrali di accumulo e realizzare impianti di produzione da fonti rinnovabili di una certa dimensione.

Rinnovabili, ma con prudenza: come ti rimetto in gioco le fonti tradizionali.

Cina, India e Brasile consolidano a livello mondiale il trend di crescita economica degli ultimi anni. Nello scenario europeo la Germania fa da traino ad una ripresa economica che nel vecchio continente sembra essere a due velocità: paesi come Svezia, Francia, e Gran Bretagna seguono il passo, e altri quali Italia, Spagna e Grecia arrancano. E’ solo un caso che i paesi in cui si ha la maggiore crescita delle rinnovabili siano quelli che risentono meno della crisi economica, e che a livello mondiale godono di una vera e propria crescita?

Se nei casi virtuosi risulta chiaro che gli investimenti in alcuni settori considerati strategici, come appunto le rinnovabili e la tutela dell’ambiente, ma anche la cultura e l’istruzione/formazione, le nuove tecnologie, in particolare quella informatica, il turismo e l’intrattenimento, sono uno dei fattori principali della crescita economica, nei casi opposti è difficile dimostrare che i problemi di sviluppo economico siano imputabili, anche solo in parte, allo scarso interesse verso questi settori. E’ però facilmente verificabile, che nei paesi in cui, dopo anni di crisi, non si intravedono ancora segnali di ripresa, anzi dove la crisi economica si fa sentire sempre di più, i tagli a questi settori sono fortissimi.

In Italia questi sono settori considerati da sempre non trainanti, dove è possibile e giusto investire, eventualmente, solo nei periodi in cui la crescita economica rende disponibili risorse finanziarie. E’ un problema culturale, prima che politico, che si può superare solo con un percorso lungo di scelte strategiche chiare e decise, che non può essere continuamente interrotto, come spesso accade nel nostro paese, da provvedimenti che demoliscono quello che di buono di tanto in tanto viene fatto. Questo è ancor più vero nel caso delle rinnovabili dove, come scriveva Hermann Scheer, si incontrano le resistenze di grandi poteri economici che hanno tutto l’interesse a rallentarne lo sviluppo.

I provvedimenti dell’attuale governo, che hanno, sotto banco, rivisto completamente alcuni indirizzi strategici del settore energetico, sono l’esempio più chiaro e recente della discontinuità e incertezza con cui ci si trova ad operare nel settore delle rinnovabili. Mentre in Germania, nel Meclemburgo occidentale, entra in funzione l’impianto di accumulo elettrico a batterie più grande d’Europa, realizzato da una utility tedesca, con la partecipazione del Ministero dell’Ambiente (1,3 milioni di euro), il governo italiano ha approvato, nel cosiddetto “Decreto Competitività”, la norma “Spalma Incentivi” che colpisce gli impianti solari di potenza superiore ai 200 kW costruiti dopo il 2008, decurtandone gli incentivi con effetto retroattivo. Da qui il pesante giudizio negativo di Ernest&Young nell’ultimo rapporto sullo sviluppo dell’economia verde mondiale.

Se ci si limitasse a non incentivare le rinnovabili, ci sarebbe solo il danno. Con l’entrata in vigore del cosiddetto decreto “Sblocca Italia”, non poteva mancare invece la beffa della promozione dello sviluppo delle fonti energetiche tradizionali. L’art.38 del decreto sancisce infatti che “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”, e nei commi successivi, riconducendo a se il procedimento di concessione unica, il governo spiana la strada alle estrazioni di petrolio e gas naturale dal sottosuolo, assestando così anche un duro colpo alle autonomie regionali in materia di produzione di energia.

Il decreto prevede anche, all’art.37, “Misure urgenti per l’approvvigionamento e il trasporto del gas naturale”, e risulta pertanto evidente che l’indirizzo politico del governo è chiaramente in direzione opposta rispetto ad una forte incentivazione delle fonti di energia rinnovabili. A completare il quadro, il forte sostegno (art.35 del decreto) alla realizzazione di nuovi termovalorizzatori, che da un lato sottraggono terreno alle rinnovabili, dall’altro sono in netto contrasto con le norme comunitarie che prevedono per lo smaltimento dei rifiuti il sostegno in primo luogo della prevenzione e della raccolta differenziata, ancora oggi in molte zone d’Italia decisamente al di sotto dei limiti previsti per legge. La rapidità e decisione mostrata dal governo italiano nell’intervenire sulla materia è la conferma che il settore energetico è effettivamente condizionato dall’industria energetica tradizionale, che non ha alcuna intenzione di supportare le rinnovabili.

E in Sardegna? Come sempre seguiamo passivamente l’indirizzo nazionale, e come sempre ne subiremo le conseguenze. I provvedimenti del governo non suscitano alcuna indignazione nella Giunta e nel PD sardo. Già in campagna elettorale, d’altra parte, il candidato, poi eletto, alla Presidenza della Regione, si era mostrato alquanto timido verso le rinnovabili, e quasi completamente concentrato sul metano, di cui bisognerebbe invece diffidare non poco, e sull’efficientamento degli impianti termici. A gennaio scorso si poteva intuire che la politica energetica di questa giunta sarebbe stata molto lontana dal promuovere lo sviluppo di un sistema produttivo energetico realmente sostenibile; il programma sul punto in questione recita infatti: “Modificare la programmazione per le risorse rinnovabili. le energie rinnovabili devono diventare un’occasione di sviluppo locale, evitando l’ulteriore crescita dei grandi impianti eolici e solari.”. Tradotto, continuare a bruciare combustibili fossili.

Come si diceva il problema è culturale, prima che politico, ma stabilito che è necessario lavorare per costruire un’idea diversa di sistema energetico nell’isola, è necessario che questa rivoluzione culturale sia portata avanti anche in ambito politico. Oggi in Sardegna, la questione della sostenibilità e della tutela ambientale è completamente assente dall’agenda dei principali partiti, soprattutto perché questi non riescono ad emanciparsi dalle imposizioni nazionali. Il prossimo Piano Energetico Ambientale Regionale, ormai atteso da anni, sarà il solito piano tecnico con le ricettine per risolvere il contingente, proprio perché quell’idea di sistema energetico, e quindi di sviluppo della Sardegna, manca. Per invertire la tendenza di un ritorno alle fonti tradizionali, che farebbe fare all’isola un bel salto all’indietro, occorrerebbe allora una nuova classe politica, sostenuta da un nuovo movimento culturale e politico che abbia come elemento caratterizzante “l’ambientalismo”, termine ormai fuori moda nel nostro paese.

E’ proprio vero, Cagliari non è Bordeaux.

Sono rimasto folgorato da Bordeaux pur non avendola mai visitata. Ogni ricerca sul web mi restituisce notizie di una città dove tutto quello che ho sempre immaginato per la mia Cagliari qui sembra già realizzato. Di più, si percepisce la dinamicità di un luogo dove le buone idee una volta divenute buone pratiche evolvono e si perfezionano, attraverso un continuo monitoraggio ed una periodica revisione degli ingranaggi che costituiscono il meccanismo grazie al quale la vita dei suoi abitanti è più confortevole.

Chi c’è stato mi conferma l’assoluta mancanza di barriere architettoniche, ma la cosa è già evidente semplicemente navigando il sito ufficiale nell’ampia sezione dedicata alla vita urbana per i diversamente abili. Di sezioni ce ne sono tante, e non sono semplici voci di elenco prive di contenuti, ma presentano una certa quantità di informazioni, documenti digitali, link a siti specifici, contatti telefonici e indirizzi utili, riferimenti alle associazioni di settore e consigli per tutte le categorie di cittadini. Insomma, il sito ufficiale di Bordeaux oltre ad essere lo specchio di una città moderna ed organizzata, è un sito ben fatto, ricco di contenuti e semplice da navigare.

La sezione dedicata ai trasporti è quella che maggiormente colpisce, già per il solo fatto che il tema sia in primo piano nella home page, ma anche, e soprattutto, perché approfondendo l’argomento si scopre che a Bordeaux è possibile tutto ciò che a Cagliari per 20 anni è sembrato impossibile. Giusto per fare degli esempi:

  • Chilometri di piste ciclabili, che vanno dal centro alla periferia.
  • La possibilità di transitare con la bicicletta nelle corsie riservate ai mezzi pubblici.
  • Il doppio senso in bicicletta, in alcune strade a senso unico per le auto.
  • Indicazioni semaforiche per le biciclette, separate da quelle per le auto (in sperimentazione).
  • Una vastissima area pedonale.
  • Uno spazio riservato alla sosta per i ciclisti in prossimità degli incroci.
  • Parcheggi pubblici, per biciclette private.
  • Trasporto pubblico elettrico su rotaie.
  • Car sharing, car pooling.
  • Un vero bike sharing con 1.545 biciclette a disposizione 24/24 e 7/7 in 139 stazioni, e un sito che in tempo reale fornisce la situazione in ognuna di esse.
  • Addirittura due società che forniscono il servizio di ciclotaxi (in Italia ancora vietato!).
  • Tantissima informazione sul codice della strada e sui corretti comportamenti da seguire.
  • Informazioni continue sulla situazione del traffico.

E’ evidente che la mobilità sostenibile per l’attuale sindaco di Bordeaux (Alain Juppè) è una delle priorità, ed è assolutamente certo che qui l’amministrazione ha recepito in pieno ciò che la Commissione Europea ormai da anni afferma in merito all’importanza della ciclabilità urbana.

La altre aree tematiche e sezioni specifiche su questo sito istituzionale non vengono trascurate, tutte hanno un ottimo livello di approfondimento: lo sport, la cultura, l’ambiente, gli anziani, i bambini, il turismo, il commercio, i mercati, sezioni specifiche per ogni quartiere, e ancora, le foto, i video, i numeri, la storia e la tradizione, e… attenzione, attenzione… il bilancio del comune on-line, per conoscere voce per voce come sono stati spesi i soldi dei contribuenti!

Non poteva mancare la sezione per i servizi on-line al cittadino e nemmeno quella sulla raccolta dei rifiuti, ma ciò che mi ha veramente sorpreso è stato trovare una apposita sezione dedicata alla qualità dell’aria, in cui vengono date le indicazioni in tempo reale, sulla base dei dati rilevati da una serie di centraline di monitoraggio sparse per la città, relative ai livelli delle concentrazioni dei principali inquinanti atmosferici.

Non è un caso che anche questa città abbia adottato l’Agenda 21, e non è certamente un caso che Cagliari abbia perso 20 anni, grazie ad una amministrazione che, anziché utilizzare i tantissimi soldi messi a disposizione dall’Europa e creare posti di lavoro attorno allo sviluppo sostenibile ed ai servizi al cittadino, ha pensato per lo più a come lastricare le piazzette, e oggi si ripropone al governo della città facendo finta di nulla.

Sardo ufficiale: un diritto per una società cosmopolita.

//Dentro il cosmopolitismo le questioni relative al multilinguismo acquistano un senso più ampio legato ai diritti della persona e i dubbi e le paure perdono fondamento.//

Parlare una lingua (o un dialetto, o un gergo) ed identificarsi in essa non si può ridurre a una mera abilità o competenza linguistica più o meno attiva, ma corrisponde ad uno dei maggiori indicatori dell’identità, e della identità sociale in particolare. Essa identifica un genere, un’area geografica, la provenienza sociale, l’appartenenza ad un ethnos, insomma indica chi siamo, da dove proveniamo, a che cosa aspiriamo, come siamo cresciuti e con chi ci accompagniamo nella vita. (Alessandro Mongili, Università di Cagliari)

Più o meno tutti, in Sardegna, concordano sul fatto che il sardo debba essere conservato, che sia un valore conoscerlo e parlarlo e che sia giusto porre in atto politiche di salvaguardia e tutela.

Normalmente l’opinione cambia di fronte a una posizione “forte” come può essere quella di introdurre l’insegnamento obbligatorio del sardo o di fronte alla prospettiva del bilinguismo.

Le obiezioni sono di vario tipo: si obietta che il sardo non serve e che sarebbe meglio imparare bene l’inglese; c’è chi dice che i problemi della Sardegna sono ben altri; ci sono intellettuali contrari in radice a una operazione, secondo loro, antistorica e artificiale; più o meno tutti sollevano questioni di ordine pratico: quale sardo insegnare, come insegnarlo, come scriverlo; si ha paura di un ritorno al passato e di una chiusura.

Le obiezioni – e le paure – nascono proprio dal fatto che parlare una lingua non è neutro rispetto all’identità della persona e al suo modo di vivere. E le persone percepiscono che muoversi verso il bilinguismo comporterebbe un mutamento, anche profondo, del proprio modo di essere nella società.

Queste paure non esistono nei confronti delle lingue straniere, inglese in primis, perchè la lingua straniera è appresa principalmente come lingua veicolare, lingua utile per lavorare e comunicare con il resto del mondo.

Per questa inconfutabile “utilità”, non solo apprendere una lingua straniera veicolare, come l’inglese, non fa paura, ma anzi dà status.

Il pensiero dominante, formato attraverso un miope approccio realisticista, è che imparare l’inglese sia l’unica cosa davvero importante.

Questo modo di pensare viene portato avanti dalle istituzioni italiane – e non solo – e viene dato per corretto, finchè i rappresentanti delle stesse istituzioni, varcati i confini dello stato, non toccano con mano l’esito ultimo di questa visione, ovvero la perdita di status non solo per l’italiano ma per l’Italia stessa e in ultimo per gli italiani.

E’ quello che succede regolarmente in Europa dove l’italiano subisce continue mortificazioni e viene di fatto trattato, nelle sedi ufficiali, come lingua di rango inferiore a inglese, francese e tedesco.

Il punto è sempre quello: la lingua non è solo veicolo, è identità e tradizione è quello che siamo stati, quello che siamo ed è quello che vorremo essere.

La costituzione e le istituzioni europee recepiscono appieno, almeno sulla carta, questo valore extra veicolare delle lingue, muovendosi all’interno di un orizzonte cosmopolita e multiculturale.

Ed è proprio dentro il cosmopolitismo che le questioni relative al bilinguismo acquistano un senso più ampio e i dubbi e le paure perdono fondamento.

Il cosmopolitismo, presuppone l’amore per la complessità e per le differenze considerate una risorsa e non un problema da sopportare. L’amore per la complessità contro l’omologazione. Il cosmopolitismo riconosce all’uomo un’identità plurima e dinamica e chiede la realizzazione nella società di un sistema di diritti che permettano alla persona di esprimere sé stessa pubblicamente, nel rispetto degli altri.

In questo senso la questione dell’apprendimento del sardo e dell’uso ufficiale del sardo, è principalmente un diritto: i sardi hanno il diritto di conoscere e utilizzare il sardo, cioè devono avere la libertà di utilizzare il sardo nei contesti pubblici, nei contesti di rango “elevato” come la scuola e gli uffici e non solamente, come accade oggi, in famiglia o con gli amici.

Il sardo per la maggioranza dei cittadini sardi è ancora oggi una lingua nativa, insieme ad altre (l’italiano per la maggior parte delle persone ma anche le tante lingue degli immigrati): è una lingua cioè che è stata appresa naturalmente sin dall’infanzia.

Il sardo è lingua madre che dà senso alle cose, permette di esprimere sé stessi, di dar corpo a emozioni e pensieri.

Ma il sardo non è ancora lingua ufficiale: fino ad oggi, non era mai stato insegnato nelle scuole ed è appena iniziato il processo di ufficializzazione.

E’ per questo che il sardo è una lingua con evidenti segni di atrofia, non per un processo naturale, ma per una questione eminentemente politica.

La deliberata assenza di una politica linguistica per la Sardegna ha segnato profondamente il sardo e, di conseguenza, l’identità dei sardi che non ha ancora dispiegato le ali nel presente, verso il futuro.

Non è un caso che la lotta per l’affermazione del “diritto alla lingua” vada di pari passo con un rinnovato spirito autonomista, con l’aspirazione all’autogoverno, con la richiesta di assumere la responsabilità di settori sui quali tradizionalmente decideva (e pagava) il governo centrale.

I numeri che derivano dalla Ricerca Sociolinguistica commissionata dalla Giunta Soru alle Università di Cagliari e Sassari, dimostrano come ci sia nella società sarda una richiesta di status per il sardo: il 68% dei sardi dice di conoscere e parlare una delle parlate locali; per l’89% la lingua locale deve essere promossa e sostenuta “perché è parte della nostra identità”; il 57.3% si dichiara del tutto favorevole all’insegnamento del sardo a scuola accanto all’italiano (a questa percentuale vanno aggiunti i dubbiosi); l’81% dei sardi è “molto d’accordo” che il bambino impari l’italiano, il sardo e una lingua straniera.

I numeri dicono che la maggioranza dei cittadini chiedono di imparare il sardo e, cosa più importante, chiedono che lo imparino i loro figli.

Sono numeri importanti proprio perché il sardo oggi è una lingua minoritaria, ha un rango inferiore all’italiano nell’ufficialità ma anche nella pubblica opinione.

Proprio per questo suo stato di inferiorità, il fatto che ci siano questi risultati, il fatto che la maggioranza dei sardi chieda di conoscere il sardo, indica una volontà rivolta al futuro, indica cioè quello che i sardi di oggi vogliono essere domani, indica una visione della Sardegna nel futuro.

Emerge una richiesta di diritti, una richiesta di libertà, per sé e per le generazioni future: è in atto un vero e proprio processo di emancipazione che ha nella questione dell’ufficialità del sardo uno dei suoi capisaldi. Liberi di decidere di parlare il sardo per essere cittadini della Sardegna, per essere cittadini del mondo.

Parlare lingue diverse significa avere radici e ali (Ulrich Beck).

Marco Murgia